Essere diaconia per la costruzione di una società nuova

La diaconia non significa soltanto curare le ferite e compensare l’ingiustizia sociale: è qualcosa di più, è l’anticipazione di una nuova vita, di una nuova comunità, di un mondo finalmente libero”.

Così scriveva Jurgen Moltmann, una delle voci più significative della teologia contemporanea, in un suo breve e denso saggio intitolato appunto “Diaconia” , pubblicato in Germania nel 1984 e in Italia nel 1986 per i tipi di Claudiana.

E’ significativo notare, alla luce delle vicende attuali, come il testo di Moltmann nascesse essenzialmente in un ambito assistenziale/sanitario, nel senso che egli aveva pensato questo testo sullo stimolo dell’attività dell’Opera diaconale, l’organismo che nella Chiesa evangelica tedesca tiene il posto della Caritas in quella cattolica.

Il punto fondamentale per Moltmann, prendendo spunto dall’esigenza che il lavoro assistenziale delle Chiese – e più in generale l’impegno sociale dei credenti- non si contentasse del semplice sollievo materiale ai poveri, ai disabili, agli “scartati” (per usare le parole di Papa Francesco), era quello di prefigurare un nuovo concetto di società come comunità che guarisce, che anziché discriminare ed emarginare include, integra, partecipa, condivide.

L’errore da non commettere, a giudizio del teologo, era quello di considerare la costruzione di questa nuova comunità come un qualcosa da appaltare ai tecnici dell’attività caritativa e sociale, quando invece essa doveva essere opera in cui tutti i credenti dovevano sentirsi coinvolti.

Senza la prospettiva del Regno di Dio – scriveva Moltmann – la diaconia non è che un amore senza idee, che si limita a ricompensare e risarcire. Ma , senza la diaconia, la speranza del Regno di Dio diventa un’utopia senza a more che sa solo esigere ed accusare”.

Ecco dunque uno spunto che può servire in questa nostra difficile vigilia congressuale, segnata dal dolore per le perdite delle vite falciate dal virus e dall’incertezza degli scenari futuri sia in campo sanitario che economico-sociale che politico-istituzionale (perché è evidente che tutti questi elementi sono interconnessi): in che misura siamo noi capaci di tenere insieme questi aspetti non come esperti della materia o come generici operatori sociali ma secondo la nostra natura (quella che diciamo essere tale) di comunità di credenti che a partire dalla sua identità originaria di associazione di lavoratori trae dal Vangelo l’ispirazione per la costruzione di una società nuova?

Non è un interrogativo astratto, è il qui ed oggi della nostra associazione, che ci interroga pesantemente a partire ovviamente dalla modalità con cui ci rapportiamo gli uni agli altri nello scorrere della nostra vita associativa, sapendo che il giudizio su di noi è dato dalle nostre azioni, più che dalle intenzioni, perché sono le nostre azioni che ci definiscono.

Non siamo ingenui, e sappiamo che nell’attività sociale e in quella politica la dimensione dello scontro, se si vuole anche dello scontro di potere e per il potere, non è mai assente: resta da capire se siamo disponibili a ridurre la nostra azione a questo o se le nostre discussioni sono finalizzate ad un percorso più ampio. Per molto tempo padre Pio Parisi ci ha insegnato che la nostra continua conversione al Vangelo è in se stesso un atto politico in quanto non si esaurisce nella nostra dimensione personale, nel renderci più genericamente buoni e generosi, ma ci apre a riconoscere quanto poco rispondente ai dettami evangelici sia la realtà che ci circonda e a cercare di cambiarla in comunione con i fratelli nella fede e nella ricerca della compagnia di uomini e donne di buona volontà.

Per questo è importante il richiamo alla diaconia: al capitolo 6 degli Atti degli Apostoli l’istituzione del collegio diaconale è richiamata come esigenza nella nascente comunità cristiana di avere persone particolarmente destinate al servizio delle mense mentre gli apostoli si dedicavano al servizio della Parola. E tuttavia, ad onta di quello che potrebbe sembrare un primo atto di separazione, di fatto i diaconi sono perfettamente inseriti nella missione della Chiesa: Stefano infatti venne martirizzato non perché era caritatevole ma perché confessava Cristo, e secondo la tradizione patristica il diacono Lorenzo venne ucciso perché spiegò ai persecutori che non esistevano beni della Chiesa che non fossero finalizzati al soccorso ai poveri.

E allora, per quanto complesso, sappiamo che il nostro cammino di rinnovamento personale non si distingue da quello delle Acli e nemmeno da quello della società, e che la nostra diaconia specifica, quella che si manifesta nelle nostre fedeltà storiche e nei “mestieri” che continuamente ci inventiamo, non può che alimentarsi continuamente alla sorgente della Parola di Dio e dell’insegnamento della Chiesa.

Il percorso congressuale dovrà quindi essere un’occasione per le Acli di interrogarsi sul proprio essere diaconia per non sprecare ulteriormente la straordinaria stagione di grazia che il magistero di Papa Francesco ci propone.

Lorenzo Gaiani